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La bolla della Premier League: ricavi record e conti in rosso
Il campionato inglese incassa quasi il doppio degli altri grandi tornei europei, ma i costi corrono più veloci degli incassi: solo 4 club chiudono il bilancio in attivo.
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La bolla della Premier League — tavola 1
Gli incassi della Premier League hanno generato un enorme divario economico tra le squadre inglesi e le altre squadre europee: 7,5 miliardi di ricavi contro i 3,9 della Bundesliga, i 3,8 della Liga, i 2,9 della Serie A e i 2,5 della Ligue 1. Una differenza creata in prima battuta dai diritti televisivi, che in Premier League ammontano a 3,34 miliardi.
Il rischio del campionato-ventosa
I migliori giocatori vanno nei club e nel campionato dove girano più soldi. In Premier League non arrivano solo i top player ma anche giovani promesse, allenatori e dirigenti. Il rischio è che i migliori giocatori finiscano tutti in Inghilterra, con gli altri campionati che diventano semplici sviluppatori di talento. Ma tutto ciò è sostenibile?
Un'inflazione permanente
La Premier League è un ecosistema che genera un'inflazione permanente sui cartellini dei giocatori e sugli stipendi. L'abbondanza di denaro spinge a una sopravvalutazione dei giocatori e quando il rendimento non è all'altezza, il valore del giocatore crolla e i club si ritrovano con giocatori difficili da vendere. Mudryk è l'esempio più eclatante: il Chelsea ha speso 100 milioni e il giocatore, dopo una stagione deludente, è stato squalificato per 4 anni per doping. Un investimento completamente a vuoto per i Blues.
Un pozzo senza fondo
I ricavi della Premier League sfiorano i 10 miliardi ma il bilancio del campionato è in rosso perché i costi corrono più veloci degli incassi: il 50,7% va in stipendi, il 25,6% in costi operativi e il 23,7% in ammortamenti. La Premier League è un colosso economico ma è anche un pozzo senza fondo: la situazione dei club è un disastro, con solo 4 squadre che hanno chiuso l'anno con un bilancio in attivo. Il totale delle perdite del campionato inglese è di 900 milioni.
La creatività finanziaria
I club inglesi, per aggirare le regole della Premier League e del Fair Play Finanziario, hanno dato fondo alla loro creatività finanziaria con operazioni fantasiose. Le vendite correlate: la vendita di asset — alberghi, squadra femminile — a società collegate dello stesso proprietario, così da generare plusvalenze e migliorare i parametri di bilancio. Le sponsorizzazioni gonfiate: accordi con aziende legate alla proprietà a valori elevati, aumentando le entrate e aggirando i limiti di spesa. Gli ammortamenti: i contratti lunghi permettono ai club di diluire nel tempo il costo annuo degli acquisti, mantenendo più facilmente i conti entro i limiti del Fair Play Finanziario.
Il caso Chelsea
Il Chelsea è la squadra inglese con il rosso di bilancio peggiore — 320 milioni — ma è anche la squadra che meglio rappresenta il modus operandi della Premier League. Oltre 2 miliardi di spesa dall'arrivo di Todd Boehly nel 2022, un'età media dei giocatori acquistati di 21 anni, 7 allenatori dal 2022 — alcuni pagati tantissimo, come Potter a 25 milioni, e altre esperienze fallimentari — e 2 trofei: una Conference League e un Mondiale per Club. Per rientrare delle perdite il club ha venduto 2 hotel, la squadra femminile e un parcheggio.
Una tendenza di sistema
Il Chelsea non è un'eccezione, ma una tendenza che interessa l'intera Premier League. Il Manchester United è la squadra che più ricorda i Blues: investimenti esagerati su giocatori rivelatisi flop e scarsi risultati. Everton e Nottingham Forest hanno subito penalizzazioni in classifica per violazioni del PSR, il sistema di regole finanziarie pensato per impedire ai club di spendere molto più di quanto guadagnino. I Wolves hanno speso oltre 127 milioni per rimpiazzare le cessioni di Aït-Nouri e Cunha, ma sono retrocessi in Championship con soli 17 punti. E Antony, costato 100 milioni, si è rivelato uno dei peggiori investimenti nella storia della Premier League.
Conclusioni
La ricchezza della Premier League ha innescato una corsa agli investimenti: per restare competitivi, molti club aumentano la spesa sul mercato e sugli ingaggi, ma non sempre con una pianificazione coerente. Il risultato è una quota crescente di risorse destinata a costi non recuperabili — stipendi e commissioni — e un rischio maggiore che gli investimenti nei cartellini non generino un ritorno economico o sportivo adeguato. I ricavi record stanno mascherando un problema strutturale: senza investimenti realmente sostenibili, la ricchezza del campionato rischia di trasformarsi in un'arma a doppio taglio, con club sempre più esposti a svalutazioni e perdite.



